Toscana in bici, agosto 2012

Grande sfida! La toscana in bici, Più di 400 km in due settimane..

Partenza il 14 agosto per Ferrara, obiettivo il Festival dei Buskers (degli artisti di strada); il 17 sera partiremo per la Toscana e inizieremo seriamente quest’avventura.

Ormai sono tre settimana che io e Cristina ci stiamo preparando, ci stiamo organizzando per questo viaggio randagio con la volontà di portarci in bici più comodità possibili… Ma all’alba del 26 luglio non sappiamo ancora se la nostra casa su due ruote possa essere fattibile

Prima di tutto Dobbiamo fissare il carrello alla bici.

Il carrello è stato comprato su internet; dato che molti mi hanno detto che qui in Italia non hanno trovato questo tipo di carrello, il link del sito dove l’ho comprato:

http://www.prezziunici.it/tempo-libero/biciclette/rimorchio-bicicletta.html

Primo rodaggio tutto ok… Fiuuuuuu…

I primissimi tentativi danno buoni risultati, ma la prima fase è quella più facile..

Ora il passaggio successivo è vedere se il mio cagnolino Pirata sopravvive ad un giretto; l’idea di base sarà il montare sul carrello un parallelepipedo di legno, una specie di scatola che una volta aperta fungerà da base rialzata per montare la tenda e durante gli spostamenti questa “scatola” fungerà da porta cagnetto. Vediamo cosa succede…

Ehm… Primo incidente di percorso…

Abbiamo inserito un solo perno al carrello e con il peso di Pirata si è ribaltato.

In questa foto stavo ancora cercando di capire che cacchio era successo..

Mi sono girata, ho visto l’espressione di Pirata e non ho potuto fare a meno di scoppiare in una sonora risata!!..

Il carrello si ribalta, l’anima si rallegra, ma Pirata il guerriero non molla!!!!! GRANDE IL MIO VIAGGIATORE!!!

Inseriamo il perno mancante e ci riproviamo..

Il carrello e Pirata ne escono vittoriosi!!!

Seconda fase superata!!

Ora inizia la fase più difficile: la costruzione della nostra casa vagante…

Il nostro bel cubo già l’abbiamo costruito, ma dobbiamo fissare tutti i rinforzi per fare si che, una volta aperto, ci possa reggere.Quindi, partiamo da questo cubo.. Molte delle cerniere e delle gambe l’abbiamo avvitate, ma siamo lontane da obiettivo; la cosa migliore ora è vedere se le gambe fissate sono della lunghezza giusta.

Prendiamo il cubo e  lo posizioniamo sul carrello; già che ci siamo apportiamo delle piccole modifiche

Apriamo il cubo per vedere se funziona e dove bisogna aggiungere dei rafforzi

Mmhh, c’è ancora tanto lavoro, però inizia a prendere forma… Speriamo in bene per il test finale…

Solo Esseri umani

Nessun bisogno di dimostrare, nessun paragone tra sé stesso e gli altri, nessuna richiesta di consolazione… Nulla ha in realtà senso, nulla di tutto questo può dare un senso reale a questa vita…

Siamo veramente solo uomini. Nulla di più.

Ed è con questa consapevolezza che posso vivere con più tranquillità, perché non sono più tenuta, né per me stessa né per gli altri, a dimostrare alcunché, o a fare cose originali o grandi , né sono tenuta a rincorrere qualcosa che non riesco a raggiungere, né vergognarmi per ciò che sono.

Con questa consapevolezza, posso solo decidere come voglio occupare il tempo che ho a disposizione; posso decidere di occuparlo piangendo, vergognandomi, incazzandomi; oppure, posso decidere di continuare a crescere, imparare a comprendere ed a osservare il mondo, appassionarmi, arricchendomi ogni attimo della mia vita, qualsiasi sia la sua durata.

Non mi serve a nulla e non ha senso correre affannosamente per questo sentiero che è la vita; perché dovrei avere fretta di arrivare alla fine?… per quanto possiamo illuderci, sappiamo tutti cosa c’è alla fine del sentiero. Forse è più intelligente e furbo rallentare ed iniziare a gustarsi il viaggio, a dare un senso ad esso…. Realmente un senso.
Non vorrei mai svegliarmi un giorno dal torpore del sonno e rendermi conto che ho dormito per tutto il viaggio e che al volante è stato qualcun altro.. Penso che sarebbe terribile.

La donna che non riusciva a specchiarsi

C’era una volta una donna molto bella.

Almeno così le dicevano le persone accanto a lei.

La ragazza, infatti, nonostante provasse giorno e notte a specchiarsi, non riusciva ad intravedere la sua immagine riflessa.

Sentendosi continuamente apprezzata, un giorno sentì più che mai il desiderio di vedere con i suoi occhi se era davvero così bella come le dicevano.

Si mise davanti ad uno specchio, determinata e desiderosa di vedere sé stessa.

Per ore rimase immobile di fronte alla liscia ed argentea superficie, ma senza risultati.

Delusa ed affranta si inginocchiò e si lasciò andare alla miriade di pensieri che con forza le si accalcavano nella testa.

Rendendosi conto davvero, per la prima volta in vita sua, della sua situazione, si chiese quale triste futuro l’ettendesse. Lentamente si addormentò, rannicchiata sulla sua ombra, esausta e vuota.

Dolcemente l’avvolse l’oscurità, il sogno.

In esso, si svegliò nel suo tiepido letto e per l’ennesima volta si avvicinò allo specchio e vi guardò attraverso; vide la sua stanza e l’ombra scura del suo corpo proiettata dai deboli raggi del sole.

Assente e pensierosa uscì.

Cominciò a vagare senza meta per le strade di un paese a lei sconosciuto.

Le sembrò di avanzare per ore attraverso quell’intricato labirinto di vicoli stretti e bui, e quando si trovò al centro di quel paese, in una piazza ampia e molto luminosa, dovette chiudere gli occhi fino a quando non si fossero abituati a quella luce.

Lentamente alzò le palpebre. Era giorno di mercato, e il piazzale era gremito di gente di ogni razza e nazionalità, età e classe sociale.

Mai aveva visto tante persone insieme.

Si mosse lentamente, assaporando nel suo cuore quel meraviglioso oceano di colori e vi si immerse pienamente, profondamente; e con grande stupore, per la prima volta in vita sua, scorse sé stessa, non riflessa su di una fredda superficie, ma negli occhi della gente.

Con altrettanto stupore si accorse che la sua immagine cambiava continuamente e velocemente, ogni qual volta che i suoi occhi incontravano un nuovo sguardo.

Su di una bimba, lei appariva grande e le sue mani forti e sicure; su di un anziano, il suo riflesso era esile e trasparente, come un velo di seta.

Si svegliò con i primi raggi del sole.

Per un pò rimase ancora seduta sul freddo pavimento, ancora stordita, fissando la sua ombra, che lentamente le girava attorno seguendo la lenta danza dei raggi solari.

-Io posso vedere il mondo, ma non posso vedere me stessa- Sussurrò tra le labbra

-Se non posso vedere me stessa, forse non esisto se non attraverso il mondo- Disse con maggiore fermezza alzando lo sguardo dalla sua ombra e dirigendolo verso il riflesso della sua stanza nello specchio.

Da quel momento dedicò giorno e notte ad osservare ciò che la circondava, imparando in maniera sempre più sensibile ad ascoltare, a cogliere le sfumature sempre più delicate e ad accogliere in sé le infinite e differenti  immagini del mondo che ogni giorno incontrava negli occhi,nel cuore e nei pensieri della gente; e man mano che s’immergeva nel mondo, il suo bisogno di vedersi spariva.

Allora, comprese che ciò che le era più caro non era sé stessa ma il movimento che in lei, ogni attimo della sua vita, le scorreva, fuori e dentro.

Una sera, camminando lentamente lungo il sentiero alberato che l’avrebbe condotta verso casa, vide un’anziana signora seduta su di un tronco. Con le sue dita esili e asciutte, intrecciava con abilità un canestro di vimini.

La donna incuriosita, le si avvicinò.

Quando le fu molto vicina, l’anziana fermò i rapidi movimenti delle sue mani e lentamente alzò lo sguardo e lo posò su di essa.

-Lei è molto bella- Le disse con dolcezza

La giovane donna stava in piedi, immobile, fissando lo sguardo di quella antica figura.

Gli occhi dell’anziana erano opachi e color della nebbia

-Ma lei è….- sussurrò la donna debolmente

-Sì, sono cieca, ma per ciò che mi interessa del mondo, non mi necessitano gli occhi. La vita le ha lasciato un dono prezioso: l’impossibilità di vedersi; non riuscendo a vedersi riflessa, si è cercata negli altri.

Negli altri, ha incontrato infiniti riflessi di sé stessa, ma mai veramente sé stessa.

Negli altri, ha incontrato infiniti riflessi della verità, ma mai la verità stessa, perché essa è al di là di tutto, al di là dei bisogni, al di là dei condizionamenti, al di là dell’appartenenza, al di là dell’uomo.

Con questa comprensione, lei si è fatta sparire,  per comprendere l’essere umano ed immergersi nel mondo.

I suoi occhi non sono concentrati su sé stessa, ma sono spalancati sull’universo..-

Detto ciò, l’anziana chiuse le sue labbra in un dolce ed intenso silenzio.

Le due donne si guardarono ancora qualche attimo, poi, si salutarono soltanto con un abbraccio.

E così, la giovane donna si diresse verso casa, trotterellando allegramente.

Il suo cuore era colmo di entusiasmo per questa nuova realtà.

Cominciò a correre come non faceva da molto; si sentì ancora una bambina e gli alberi cominciarono ad esultare al ritmo del suo cuore mentre, colma di amore per la vita, si dirigeva verso un nuovo, grande, giorno.

Punto e Linea

Parto da due esempi che hanno dato inizio ad un concatenarsi di riflessioni: il punto e la linea.

In geometria il punto è un elemento che non ha alcuna dimensione, quindi non ha un’altezza, non ha una profondità,

non ha una larghezza e, di conseguenza, non ha né una massa, né un peso specifico.

La linea, cioè un segmento, invece è un elemento che ha una sola dimensione, cioè la lunghezza, perché è costituita da punti.

La domanda è partita da un’incongruenza che ho osservato: “Ma se il punto non ha alcuna dimensione, come fanno più punti a creare un segmento, quindi a costituire la dimensione della lunghezza?”

Sarebbe come dire che incollando cento banane che non ho, mi posso costruire una poltrona etnica..

Allora ho preso la matita, e ho segnato un punto sulla carta, per cercare di chiarirmi un po’ le idee, e ho fatto una scoperta: il punto sulla carta aveva tutte le dimensioni! Aveva una larghezza, una lunghezza e aveva anche un’altezza, anche se non riuscivo a percepirla; inoltre, essendo costituito da grafite, aveva sicuramente una massa e un peso specifico. Quello disegnato sulla carta, quindi, non poteva essere un punto, ma solo la sua rappresentazione.

Il punto, quindi, nella realtà non esiste; ma può qualcosa non esistere nella realtà ed esistere nel pensiero?

Forse si parla di due significati di esistenza differenti, perché se il punto esistesse, anche solo come elemento astratto, dovrebbe comunque necessariamente avere delle dimensioni, una massa e un peso specifico, altrimenti vorrebbe dire che non segue i presupposti dell’esistere.

Quindi una parte di me è giunta all’ipotesi che gli elementi si dividano in astratto e reale, dove astratto è tutto ciò che non ha un corpo, quindi non è costituito da alcuna composizione molecolare, e quindi non ha né una massa, né un peso specifico (potrei azzardare a dire che astratto è tutto ciò che concerne la produzione intellettuale dell’uomo e quindi anche tutte le rappresentazioni di ciò che è reale), e reale è tutto ciò che ha una composizione molecolare e di conseguenza una massa e un peso specifico.

Mi sono resa conto, però che alla base c’è una difficoltà a distinguere ciò che è astratto da ciò che è reale.

Non mi riferisco al semplice non ricordarsi se una cosa è stata sognata o vissuta, ma mi riferisco ad un aspetto legato alla maniera di elaborare e di catalogare le immagini e i dati estratti dall’osservazione.

Io, in quanto essere umana vivo costantemente nella dimensione astratta del pensiero e dell’immaginazione, anche se, in realtà, sono fatta di materia e i miei pensieri sono il risultato di imput elettrici; questo mi potrebbe dare l’illusione che quello che vivo sia la realtà e non la sua proiezione.

Ad esempio: mi trovo in macchina e di fronte, ad una ventina di metri da me c’è un furgone; mi rendo conto che il mio cervello fa un calcolo approssimativo di quanto possa essere alto quel furgone; fatto il calcolo, penso di vederlo alto più o meno tre metri. Ma io lo vedo davvero alto tre metri?

Alzo una mano e utilizzando l’indice e il pollice misuro le due estremità verticali del furgone, e faccio un’altra scoperta: il furgone, dal mio punto di vista, misura tre centimetri!

E’ chiaro che, nonostante dal mio punto di vista il furgone misuri tre centimetri, in realtà ne misura tre metri.

Quello che sto cercando di dire è che nella mia testa, anche se posso avere l’illusione del contrario, non ho piantato un furgone vero e proprio, ma sempre, solo e soltanto una sua proiezione, che in quanto tale, è solo una rappresentazione, senza dimensione, né massa.

La realtà non è possibile quindi che entri nei territori dell’astratto, e viceversa; o qualcosa è reale, o è astratta: se penso ad una macchina, l’immagine che mi si figurerà sarà sempre la proiezione di essa; viceversa, ciò che è strettamente astratto, come ad esempio il punto, non può essere anche reale, perché diventerebbe solo la sua rappresentazione.

Penso che in realtà la maggior parte, se non quasi tutto, di quello che l’essere umano pensi su sé stesso, su ciò che lo circonda, sullo spazio e sul tutto, non esista, o forse è più corretto dire, che sia relativo, perché è solo un insieme di proiezioni ma nessuna di esse esiste davvero, in quanto solo frutto del pensiero.

Detto questo, allora mi chiedo:

“posso imparare a utilizzare il mio intelletto solo come strumento dell’osservazione e della comprensione della realtà, liberandolo da qualsiasi interpretazione?”

“Si può imparare ad utilizzare l’astratto solo come strumento per arrivare a comprendere, liberandosi del bisogno di consolarsi attraverso la creazione di dimensioni mentali più piacevoli della realtà?”

Fiabe del vecchio scrivano

In un luogo lontano lontano

lavorava con passione un vecchietto scrivano;

l’amore era stato il suo sogno nel tempo,

e la speranza la realtà del suo mondo.

 

Una sera d’innanzi alla boccetta d’inchiostro,

con al fianco il suo caro gatto Cagliostro,

la fiammella scaldava il suo viso,

e la penna descriveva un sorriso.

Il vecchietto ormai era canuto,

il suo corpo diventato ossuto,

ma il suo cuore grande e capiente,

non smetteva di batter potente.

 

Il suo racconto viaggiava lontano,

le parole con eco montano,

rimbalzavan da vetta a vetta,

fino a raggiunger una grande civetta.

Ai piedi del tronco era una donna,

lo sguardo vicino ammirava la gonna,

ma il cuore ricolmo d’amore perduto,

raggiuse lontano il suo uomo ossuto:

 

“Da sempre Tesoro io ti ho amato,

da quando con amore tu mi hai inventata;

con l’inchiostro i miei capelli tu hai colorato,

mentre le labbra con un rosso fiore tagliato.

Da allora i tuoi anni sono volati,

ma sempre in attesa dei tuoi baci fatati,

il mio cuore ricolmo d’eterno amore,

non ha mai perso per te il suo potere.

 

Il vecchietto sorpreso e spaventato

pensò davvero d’esserselo inventato,

ma il suo cuore che da sempre l’amava,

chiamò la sua anima che ridente cantava.

Le dita esili lui le porgeva

e lei con le sue contraccambiava,

e quando i palmi finalmente si sfiorarono,

le loro anime leste si unirono.

 

Da allora volgendo gli occhi alla luna,

sbirciando monello dietro una duna,

alla luce notturna vedrai stagliarsi,

i due corpi che per sempre continueranno ad amarsi. 

Il nostro bisogno di consolazione – Stig Dagerman

 

Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.Io stesso sono a caccia d consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto ad impossessarmi della mia vittima.Cosa stringo allora tra le mie braccia?Poiché sono solo: una donna amata o un infelice compagno di strada. Poiché sono un poeta: un arco di parole che tendo sentendomi pervadere di gioia e di spavento. Poiché sono un prigioniero: un improvviso spiraglio di libertà. Poiché sono minacciato dalla morte: un animale caldo e vivo, un cuore che batte irridente. Poiché sono minacciato dal mare: uno scoglio d’inamovibile granito.Vi sono però anche consolazioni che vengono a me come ospiti non invitati, e riempono la mia stanza di bisbigli volgari: io sono il tuo desiderio — amale tutte! Io sono il tuo talento — abusa di me come di te stesso! Io sono l’amore per il godimento — solo i bramosi vivono! Io sono la tua solitudine — disprezza gli esseri umani! Io sono la nostalgia della morte — recidi!In equilibrio su un asse sottile. Vedo la mia vita minacciata da due forze; da un lato dalle bocche avide dell’eccesso, dall’altro dall’amarezza avara che si nutre di se stessa. Ma io mi rifiuto di scegliere tra l’orgia e l’ascesi, ance se il prezzo dev’essere un tormento continuo. A me on basta sapere che ogni cosa può essere scusata n nome della legge del servo arbitrio. Ciò che cerco non è una scusa: l’espiazione. Mi coglie infine l pensiero che qualsiasi consolazione la quale non tenga conto della mia libertà è ingannevole, non è che l’immagine riflessa della mia disperazione. Quando infatti la mia disperazione dice: abbandonati allo sconforto, perché il giorno è chiuso tra due notti, la falsa consolazione urla: spera, perché la notte la notte è racchiusa tra due giorni.L’uomo non ha però bisogno di una consolazione che sia un gioco di parole, ma di una consolazione che illumini. E chi desidera essere malvagio, vale a dire un uomo che agisce come se tutte le azioni fossero difendibili, dovrebbe almeno avere la bontà di accorgersi quando è riuscito nel suo scopo.Nessuno è in grado di enumerare tutti i casi in cui la consolazione è una necessità. Nessuno sa quando cala l’oscurità, e la vita non è un problema che possa essere risolto dividendo la luce per la tenebra e i giorni per le notti, è invece un viaggio pieno di imprevisti tra luoghi inesistenti. Posso per esempio camminare sulla spiaggia e all’improvviso sentire la spaventosa sfida dell’eternità alla mia esistenza nell’incessante movimento del mare e nell’inarrestabile fuga del vento. Cos’è allora il tempo se non una consolazione perché niente d’umano può essere perenne? E che consolazione miserabile, da arricchire solo gli svizzeri!Posso starmene seduto davanti al fuoco nella più sicura delle stanze e, all’improvviso, sentire la morte che mi accerchia. È nel fuoco, in tutti gli oggetti taglienti che mi stanno intorno, nel peso del tetto e nella massa delle pareti, è nell’acqua, nella neve, nel calore e nel mio sangue. Cos’è allora la sicurezza dell’uomo se non una consolazione, che riesce solo a ricordarci ciò che vorrebbe farci dimenticare!Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che sorgono dal mio cervello. Siccome desidero assicurarmi che la mia vita non sia priva di senso e che io non sia solo sulla terra, raccolgo le parole in un libro e ne faccio dono al mondo. Il mondo mi dà in cambio dei soldi, la fama e il silenzio. Ma che m’importa dei soldi, che m’importa di contribuire a rendere più grande e perfetta la letteratura? L’unica cosa che m’importa è quella che non ottengo mai: l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Cos’è allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore!Posso vedere la libertà incarnata in un animale che attraversa veloce la radura: vivi semplicemente, prendi ciò che desideri e non temere le leggi! Ma cos’è questo buon consiglio se non una consolazione perché la libertà non esiste? E che consolazione spietata, per chi comprende che occorrono milioni di anni ad un essere umano per trasformarsi in lucertola!Posso infine scoprire che questa terra è una fossa comune in cui Salomone, Ofelia e Himler riposano fianco a fianco. Posso trarne l’insegnamento che il crudele e l’infelice muoiono la stessa morte del saggio, e che la morte può quindi apparire consolazione per una vita sprecata. Che orribile consolazione, però, per chi nella vita vorrebbe vedere una consolazione alla morte!Non possiedo una filosofia in cui potermi muovere come l’uccello nell’aria e il pesce nell’acqua. Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano ad una temporanea liberazione. Dovrei forse dire: la vera consolazione, perché a rigore non c’è per me che una sola vera consolazione, e questa mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, una persona sovrana entro i miei limiti.Ma la libertà ha inizio con la schiavitù e la sovranità con la soggezione. Il più sicuro indizio della mia mancanza di libertà è il mio timore di vivere. L’inconfutabile segno della mia libertà è che il timore arretra e lascia spazio alla calma gioia dell’indipendenza. Sembra che io abbia bisogno dell’indipendenza per provare infine la consolazione d’essere un uomo libero, e questo è sicuramente vero. Alla luce delle mie azioni mi rendo conto che tutta la mia vita sembra avere per scopo quello di procurarmi delle pietre da attaccarmi al collo. Ciò che potrebbe darmi la libertà mi dà schiavitù e pietre al posto del pane.Uomini diversi hanno padroni diversi. Io, per esempio, sono a tal punto schiavo del mio talento che non ho il coraggio di farne uso per timore d’averlo perso. Sono poi così schiavo del mio nome da non osare quasi scrivere una riga per paura di arrecargli danno. E quando infine sopravviene la depressione, sono schiavo anche di quella. Il mio più grande desiderio diventa quello di trattenerla, il mio più grande piacere è sentire che il mio unico valore stava in ciò che credo di aver perduto: la capacità di spremere bellezza dalla mia disperazione, dal mio disgusto e dalle mie debolezze. Con gioia amara voglio vedere le mie case crollare e me stesso sepolto nell’oblio. Ma la depressione ha sette scatole, e nella settima sono riposti un coltello, una lametta da barba, del veleno, un’acqua profonda e un salto da una grande altezza. Finisco per essere schiavo di tutti questi strumenti di morte. Mi seguono come cani, o sono io a seguirli come un cane. E mi pare di capire che il suicidio è l’unica prova della libertà umana.Ma una direzione di cui ancora non ho idea si avvicina al miracolo della liberazione. Può accadere sulla spiaggia, e la stessa eternità che poco fa ha suscitato la mia paura è ora testimone della mia nascita alla libertà. In cosa consiste dunque questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza e nessun essere umano, ha il diritto di esigere da me tanto da far dileguare la mia voglia di vivere. Perché se non esiste questa voglia, cosa può esistere allora?Dal momento che mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempia costantemente tutte le vele. Così nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita divenga una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita! Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un’unità che agisce autonomamente.Solo in questi momenti posso essere libero davanti a tutte quelle consapevolezze sulla vita che mi hanno prima portato alla disperazione. Posso riconoscere che il mare e il vento non potranno che sopravvivermi, e che l’eternità non si cura di me. Ma chi mi chiede di curarmi dell’eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del calcolo del tempo. Le possibilità della mia vita sono limitate solo se faccio il conto della quantità di parole o di libri che avrò il tempo di produrre prima della mia morte. Ma chi mi chiede di fare questo conto? Il tempo è una falsa misura per la vita. Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita.Ma tutto quel che mi accade di importante, tutto quel che conferisce alla mia vita il suo contenuto meraviglioso – l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel bisogno, il chiaro di luna, una gita in barca sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita.Depongo dunque il fardello del tempo dalle mie spalle e, con esso, quello delle prestazioni che da me si pretendono. La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni. E nemmeno una vita umana è una prestazione, ma uno svilupparsi e ampliarsi verso la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni, opera nella quiete. È privo di senso sostenere che il mare esiste per sorreggere flotte e delfini. Lo fa, certo, mantenendo però la sua libertà. Ed è altrettanto privo di senso affermare che l’uomo esiste per qualcos’altro che non sia il vivere. Certo, egli alimenta macchine o scrive libri, ma potrebbe fare qualsiasi altra cosa. L’essenziale è che faccia quel che fa mantenendo la propria libertà e con la chiara coscienza di avere in sé – come ogni altro dettaglio della creazione – il proprio fine. Egli riposa in se stesso come una pietra sulla sabbia.Posso anche essere libero dinanzi al potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari come il tempo e la fama.Non è invece in mio potere restare costantemente rivolto verso il mare e confrontare la sua libertà con la mia. Verrà il tempo in cui dovrò volgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori della mia oppressione. Sarò allora costretto a riconoscere che l’uomo dà alla propria vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Con tutta la mia libertà appena conquistata non mi è possibile spezzarle, posso solo lamentarmi sotto il loro peso. Posso però distinguere, tra le richieste che pesano sull’uomo, quali sono irragionevoli e quali ineludibili. Un tipo di libertà, mi rendo conto è perduto per sempre o per lungo tempo. Parlo di quella libertà che deriva dal privilegio d’essere padrone del proprio elemento. Il pesce ha il suo elemento, l’uccello ha il suo, l’animale di terra il suo. L’uomo invece si muove in questi elementi correndo tutti i rischi dell’intruso. Ancora Thoreau aveva la foresta di Walden, ma dov’è adesso la foresta in cui l’uomo possa dimostrare che è possibile vivere in libertà, al di fuori delle forme irrigidite della società?Sono costretto a rispondere: in nessun luogo. Se voglio vivere in libertà, dev’essere — per ora — all’interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente.Questa è la mia unica consolazione. So che le ricadute nella disperazione saranno molte e profonde, ma il ricordo del miracolo della liberazione mi sostiene come un’ala verso una meta vertiginosa: una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita.

Vivere in Movimento

Questa vita, penso, non serve solo a fare… 
Anche pensare, sentire, amare, conoscere, comprendere, vedere, annusare, ascoltare, sapere, toccare, emozionarsi, viversi…
Tutto questo richiede il giusto tempo, il giusto ritmo interiore….
Per poter scegliere, c’é bisogno di non avere fretta…

Rallentiamo. Rallentiamo. Rallentiamo.
Se non esternamente, almeno interiormente.
Qualsiasi cosa voi vogliate diventare, non importa.
L’importante è che ne siate soddisfatti.
L’importante è che non cerchiate di accelerare il tempo per correre… Rischiereste solo di fermarvi….

Donne che non credono ma pensano

Non credo, penso

Significa anche NON CREDERE che la rabbia, o un’emozione negativa vissuta in un dato momento, sia l’unica soluzione possibile; se siamo davvero donne che PENSANO, dovremo anche allenarci a scegliere anche, e soprattutto quando, dentro di noi c’è il buio……
Ricordiamoci che, tolte le donne che non sanno se arriveranno al giorno dopo, tolte le donne che anche se ci arrivano sono già morte dentro, tolte le donne che vivono la vita come se stessero facendo l’elenco della spesa, tolte le donne che non sanno perché vivono, tolte le donne che si danno un ruolo di gattine da proteggere e da accontentare per la loro felicità… Ci sono le altre donne.
Quelle che qualsiasi informazione arrivi, vanno a ricercare per comprendere se altre fonti ne confermano la veridicità; e se non c’è ne è il tempo, mettono da parte il dato, senza credere per forza che questo sia vero.
Quelle che non hanno bisogno di protezione ma, se proprio è necessario, proteggono.
Quelle che di fronte ad una scelta, scelgono.
Quelle che non rimandano le proprie responsabilità.

A tutte quelle donne che sono e sono state, io dedico parte del mio tempo.
A quelle donne, che hanno occhi che comunicano, io dedico un pensiero.
A quelle donne delle quali condivido il coraggio, e il bisogno di essere più che di avere, io dedico parte del mio cuore.

E grazie a tutte loro, io posso dire: “E’ POSSIBILE”….
Grazie

Libertà e Responsabilità

Non so cosa sia la libertà. Non so nemmeno se si possa essere pienamente liberi o parzialmente liberi. Sono convinta però che qualsiasi idea, atteggiamento o attitudine che disprezzi la diversità in qualsiasi sua forma, che imponga dei confini netti e non passaggi sfumati, non faciliti la libertà; che qualsiasi idea che possa non essere applicata a tutti, limiti la libertà. Sono convinta che le credenze popolari, la fede, le buone maniere, i ruoli, le categorie, la politica, la tradizione, il potere, non facilitino la libertà, perché non allenano alla capacità di pensare e di analizzare, e portano come conseguenza la formazione di altrettanti atteggiamenti che la limitino ulteriolmente il pensiero (i bisogni non primari, i sensi di colpa, il senso di solitudine e di abbandono, la paura, la rabbia, l’aggressività, la diffidenza verso il prossimo, l’odio per il diverso ecc); daltronde siamo animali, e cresciti in gabbia, diventiamo anche noi aggressivi e attaccati al territorio; mi verrebbe da pensare che ci siamo anche construiti dei surrogati, come la televisione, che fungono da sedativi, proprio come facciamo con i nostri animali. Quindi di chi è la responsabilità di tutto questo? Di chi è la responsabilità per come questo mondo sia finito? Chi, se non noi, può rivoluzionare tutto questo? Chi, se non noi, può a partire dalla propria vita fino a tutta la cerchia delle persone che lo circonda, fomentare la forza della libertà e dei valori che più ci avvicinano all’Essere Umani? Non vale la pena smattere di rimandare ulteriormente? Chi, tra di noi, davvero è stufo di essere un animale ingabbiato, sedato e illuso che le pareti colorate della sua cella possano davvero portarlo alla felicità?

Partita a Scacchi

Mi trovo in un bar; la solita gente, i soliti discorsi, la solita disperata indifferenza e diffidenza.
Malinconia e Illusione si accompagnano all’altare di uno strano matrimonio.

Tra queste quattro mura si vive per il piacere illusorio di far trascorrere il tempo.

Libertà prende la sua ora d’aria, dopodichè tornerà in cella per poche ore…. Poi … Un’altra giornata ai lavori forzati.

Ormai Libertà vive in una sottile prigione, le cui sbarre invisibili, ma robuste come acciaio, le consentono di sopravvivere con l’illusione della coerenza.
La sua natura ormai si è rassegnata da tempo.

E’ facile dimenticare, tanto quanto è difficile lottare per mantenersi vivi.

E’ più difficile e doloroso essere consapevoli della propria condizione di prigionieri e continuare a lottare, che passare il tempo che ci rimane a dipingere le pareti della nostra cella con rassegnazione, assopiti dalla nebbia dei sogni e dei fantasmi del passato.

Come esseri umani ci siamo creati una linea evolutiva fatta di aspetti assurdi…

Eppure Utopia mi sembra più vicina di quanto si possa immaginare; basterebbe volerlo; ma Essa porta su una strada di cui non si conosce la fine. E’ una via stretta, difficoltosa e che non ti dà certezze, solo domande.

Troppo rischiosa per rinunciare alle rassicuranti ed illusorie certezze della tranquillità all’ombra di qualcuno che ti dica cosa devi essere e cosa devi pensare per poter trovare la felicità.

Così si continua a vivere immersi in un sistema che non si condivide, in un sistema che azzera tutto ciò che l’essere umano possa aver realizzato senza per forza aver avuto fini di lucro; un sistema che naturalmente si sposta e cresce in direzione della distruzione da tutti i punti di vista, isolando e giudicando tutti coloro che non fanno finta di non vedere, che lottano ogni giorno, nel piccolo e nel grande, senza paura del giudizio.

Nella giocosa giostra di una mente vagabonda gli ostacoli della vita quotidiana prendono così le sembianze di guardie grottesche che seguono la volontà del loro Re; Rigide e intolleranti esse chiudono più porte possibili ad una vita secondo la tua volontà,natura e pensiero, in una partita a scacchi lunga e difficoltosa.

Scacco matto sul bianco: una vita secondo volontà, pensiero, individualità ed ideali universalmente giusti

Scacco matto sul nero: il bene illusorio trionfa sul diverso, trasformandolo in un automa.