Punto e Linea

Parto da due esempi che hanno dato inizio ad un concatenarsi di riflessioni: il punto e la linea.

In geometria il punto è un elemento che non ha alcuna dimensione, quindi non ha un’altezza, non ha una profondità,

non ha una larghezza e, di conseguenza, non ha né una massa, né un peso specifico.

La linea, cioè un segmento, invece è un elemento che ha una sola dimensione, cioè la lunghezza, perché è costituita da punti.

La domanda è partita da un’incongruenza che ho osservato: “Ma se il punto non ha alcuna dimensione, come fanno più punti a creare un segmento, quindi a costituire la dimensione della lunghezza?”

Sarebbe come dire che incollando cento banane che non ho, mi posso costruire una poltrona etnica..

Allora ho preso la matita, e ho segnato un punto sulla carta, per cercare di chiarirmi un po’ le idee, e ho fatto una scoperta: il punto sulla carta aveva tutte le dimensioni! Aveva una larghezza, una lunghezza e aveva anche un’altezza, anche se non riuscivo a percepirla; inoltre, essendo costituito da grafite, aveva sicuramente una massa e un peso specifico. Quello disegnato sulla carta, quindi, non poteva essere un punto, ma solo la sua rappresentazione.

Il punto, quindi, nella realtà non esiste; ma può qualcosa non esistere nella realtà ed esistere nel pensiero?

Forse si parla di due significati di esistenza differenti, perché se il punto esistesse, anche solo come elemento astratto, dovrebbe comunque necessariamente avere delle dimensioni, una massa e un peso specifico, altrimenti vorrebbe dire che non segue i presupposti dell’esistere.

Quindi una parte di me è giunta all’ipotesi che gli elementi si dividano in astratto e reale, dove astratto è tutto ciò che non ha un corpo, quindi non è costituito da alcuna composizione molecolare, e quindi non ha né una massa, né un peso specifico (potrei azzardare a dire che astratto è tutto ciò che concerne la produzione intellettuale dell’uomo e quindi anche tutte le rappresentazioni di ciò che è reale), e reale è tutto ciò che ha una composizione molecolare e di conseguenza una massa e un peso specifico.

Mi sono resa conto, però che alla base c’è una difficoltà a distinguere ciò che è astratto da ciò che è reale.

Non mi riferisco al semplice non ricordarsi se una cosa è stata sognata o vissuta, ma mi riferisco ad un aspetto legato alla maniera di elaborare e di catalogare le immagini e i dati estratti dall’osservazione.

Io, in quanto essere umana vivo costantemente nella dimensione astratta del pensiero e dell’immaginazione, anche se, in realtà, sono fatta di materia e i miei pensieri sono il risultato di imput elettrici; questo mi potrebbe dare l’illusione che quello che vivo sia la realtà e non la sua proiezione.

Ad esempio: mi trovo in macchina e di fronte, ad una ventina di metri da me c’è un furgone; mi rendo conto che il mio cervello fa un calcolo approssimativo di quanto possa essere alto quel furgone; fatto il calcolo, penso di vederlo alto più o meno tre metri. Ma io lo vedo davvero alto tre metri?

Alzo una mano e utilizzando l’indice e il pollice misuro le due estremità verticali del furgone, e faccio un’altra scoperta: il furgone, dal mio punto di vista, misura tre centimetri!

E’ chiaro che, nonostante dal mio punto di vista il furgone misuri tre centimetri, in realtà ne misura tre metri.

Quello che sto cercando di dire è che nella mia testa, anche se posso avere l’illusione del contrario, non ho piantato un furgone vero e proprio, ma sempre, solo e soltanto una sua proiezione, che in quanto tale, è solo una rappresentazione, senza dimensione, né massa.

La realtà non è possibile quindi che entri nei territori dell’astratto, e viceversa; o qualcosa è reale, o è astratta: se penso ad una macchina, l’immagine che mi si figurerà sarà sempre la proiezione di essa; viceversa, ciò che è strettamente astratto, come ad esempio il punto, non può essere anche reale, perché diventerebbe solo la sua rappresentazione.

Penso che in realtà la maggior parte, se non quasi tutto, di quello che l’essere umano pensi su sé stesso, su ciò che lo circonda, sullo spazio e sul tutto, non esista, o forse è più corretto dire, che sia relativo, perché è solo un insieme di proiezioni ma nessuna di esse esiste davvero, in quanto solo frutto del pensiero.

Detto questo, allora mi chiedo:

“posso imparare a utilizzare il mio intelletto solo come strumento dell’osservazione e della comprensione della realtà, liberandolo da qualsiasi interpretazione?”

“Si può imparare ad utilizzare l’astratto solo come strumento per arrivare a comprendere, liberandosi del bisogno di consolarsi attraverso la creazione di dimensioni mentali più piacevoli della realtà?”